Crocetta: “Ecco perché la mafia mi vuole eliminare” di Antonella Loi

19 02 2008
L’intervista dal sito http://notizie.tiscali.it/articoli/cronaca/08/febbraio/19/intervista_crocetta_123.html



Il sindaco di Gela, Rosario Crocetta
Le indagini della procura di Caltanissetta hanno svelato un piano “agghiacciante”. “A gennaio dobbiamo eliminare il ’sindaco finocchio’”, si dicevano i boss al telefono, mettendo a punto i dettagli dell’attentato. Un attentato “in grande stile” che eliminasse una volta per tutte il “peggior nemico” delle cosche della Sicilia nordoccidentale. Ma per lui, nel giorno del suo 57esimo compleanno, non è stata una novità: Rosario Crocetta detto “Saro”, diventato primo cittadino di Gela nelle liste dei Comunisti italiani nel 2003, nel mirino di Cosa Nostra c’era già da tempo.

“Posso dire di averci fatto il callo”, spiega. Il frastuono delle strade di Roma accompagna la sua voce: “Tutto cominciò all’indomani di una sentenza del Tar di Palermo che diede la vittoria elettorale a me con 500 voti in più del mio avversario: dissi che avrei dato vita ad una lotta alla mafia senza precedenti”. Firmò la sua condanna, anche perché la retorica – “mi considero un partigiano dell’antimafia”, ama dire – in questo caso sembra aver trovato sfogo nell’azione. Il comune di Gela, 80mila abitanti, oggi “produce più denunce per estorsioni, pizzo e usura dell’intera provincia di Palermo” che di abitanti ne ha 2,5 milioni. Dati che dimostrano che la Gela dei tempi delle guerre di mafia, simbolo del degrado mafioso nel Mezzogiorno, sembra ormai un ricordo.

Tutti le riconoscono grandi risultati contro Cosa Nostra. Un modello che anche altre città hanno copiato. Sindaco: qual è la sua ricetta, come si combatte la mafia a Gela?
“La mafia lo sa: ho avviato un modello efficace di lotta. Un modello inedito che in Sicilia non si era mai visto. L’antimafia non si fa solo in una connotazine ideologico culturale, ma entrando all’interno dei rapporti dell’economia. Per questo ho lavorato ad un protocollo di legalità avanzato con la procura di Caltanissetta con il quale si chiede per esempio a tutti i partecipanti alle gare pubbliche, e non solo chi le vince, l’informativa preventiva antimafia. Si richiede anche l’informativa atipica, che registra condanne penali per verificare l’esitenza o il tentativo di condizionamento mafioso”.
Quali sono stati i risultati?
“Semplicemente queste clausole inserite nelle gare d’appalto hanno permesso di revocare o di non assegnare appalti a ditte che hanno legami con la mafia. Oltre questo abbiamo inserito un controllo sul modo in cui vengono eseguiti i lavori, cioè chi fornisce le gru, i camion. Perché molto spesso succede che a vincere una gara è un’impresa sana che però subisce le imposizioni dei mafiosi che le forniscono i materiali o i mezzi. Informativa antimafia su tutto: un controllo a 360 gradi. E’ chiaro che questo significa colpire nel profondo l’economia e gli interessi dei mafiosi e degli imprenditori vicini alla mafia”.

I tentacoli delle cosche si estendono però anche all’interno delle pubbliche amministrazioni.
“Infatti abbiamo avviato i controlli interni nel comune e in provincia, controlli sui funzionari con trasferimento o licenziamento di quelli in odor di mafia; abbiamo anche abolito gli atti di urgenza, proprio per via di quella discrezionalità che tanto è servita per favorire le cosche. Una svolta epocale. Ma non è solo questo: la denuncia che io ho fatto per gli appalti petrolchimici di Gela, che ha consentito poi all’Eni di cacciare le imprese in odore di mafia… insomma, ho aiutato la magistratura a avviare inchieste e denunce, azioni che hanno portato all’arresto di centinaia di persone”.
A Gela è nata un’importante associazione antiraket che oggi conta centinaia di imprenditori.
“Sì, è nata qualche anno fa ed in breve è diventata la prima associazione di tutta la Sicilia occidentale. L’abbiamo avviata insieme a Tano Grasso ed è intitolata a Gaetano Giordano, un imprenditore di Gela ucciso nel ‘92 dalla mafia perché aveva denunciato il pizzo. Un lavoro incredibile: all’inizio eravamo in 4, dopo un anno in 15 e adesso siamo centinaia. Centinaia di imprenditori che hanno detto no al racket. E ce ne sono tanti altri che cercano di essere ammessi. L’associazione ha aperto una breccia nella Sicilia occidentale, da sempre sotto il controllo mafioso”.
Gli ultimi fatti di cronaca ci rivelano una mafia ancora attiva, internazionale e proiettata verso il futuro, vista la giovane età dei boss. Quanto è forte oggi Cosa Nostra?
“E’ un discorso complesso. Perché da un lato sono stati assestati duri colpi alle cosche attraverso gli arresti dei latitanti: la caduta di Provenzano, di Emanuello, dei Lo Piccolo, sono segni inequivocabili di un cambiamento radicale. Arresti a Palermo come a Gela che dimostrano che la mafia ha subito colpi spaventosi. Però, insieme a questo dobbiamo pensare che c’è una mafia che non è solo militare. Ma anche economica e sociale: un modello vincente è quello della Calcestruzzi Spa, una multinazionale del cemento, 300milioni di euro di patrimonio sequestrati che dimostrano quanto sia articolato il rapporto con la borghesia mafiosa e con certi settori dell’imprenditoria. E gli esempi sono tanti”.
Colpi decisivi inferti alle cosche. Adesso che succederà?
“E’ per questo, per l’articolazione così profonda nella società, dobbiamo aspettarci una reazione da parte di una bestia braccata. Temo che provino a fare qualcosa di eclatante, simbolico: un attacco allo Stato, alla magistratura, alle forze dell’ordine, agli imprenditori che si ribellano o agli amministratori nemici. Per questo non bisogna abbassare la guardia: la guerra contro cosa nostra non è vinta, ha subito e subisce importanti successi ma va portata avanti con maggiore determinazione e impegno: proprio nel momento in cui li arrestiamo, noi dobbiamo potenziare il maggiore controllo del territorio, è un paradosso ma è così”.
E lei sembra essere un obiettivo: quanto costa combattere contro Cosa Nostra?
“Costa molto, non è facile vivere sapendo di essere sempre sotto tiro. Non nego che la mia sia una vita difficile: la notizia dell’ultimo attentato ordito contro di me, è molto più grave di come è passata nei media. E’ un pericolo ancora presente. Ho appreso la notizia l’8 febbraio, giorno del mio compleanno. I magistrati mi hanno convocato per illustrarmi quanto da loro scoperto”.
Un piano da “grandi occasioni”, definito dalla Dda di Caltanissetta “di una notevole perfezione”.
“E’ evidente che per eliminare uno come me che ha delle misure di sicurezza eccezionali ci vuole un’organizzazione agguerrita ben pensata, ci vuole un piano ben preciso. Ci vogliono uomini, tanti uomini… come vuole che l’abbia presa quindi? Diciamo che non è il modo migliore per festeggiare il compleanno. Mi ha fatto molta rabbia, perché trovo allucinante che una persona che oggi vuole combattere la mafia, a 150 anni dall’Unità d’Italia, deve avere ancora questi problemi e sia costretto a condurre una vita tremenda. Ma non mi aspettavo nemmeno la solidarietà che ho avuto. Come la festa che mi hanno organizzato i Grillini a Catania che mi hanno preparato una torta e voluto così sostenermi e dirmi: condividiamo la tua scelta”.
Una minaccia di attentato che peraltro è ultima di una lunga serie.
“Sì, diciamo che sono vaccinato. Già appena diventato sindaco ricevetti le prime minacce e nello stesso anno si è scoperto che la mafia voleva eliminarmi. Minacce che, ovviamente, sono continuate, fino ad arrivare al dicembre scorso quando la polizia uccise il latitante Daniele Emanuello, capo della cosca di Gela, uno dei boss che contavano: la moglie e i familiari mi hanno indicato come reponsabile di quella morte. Lì divenni un obiettivo, tanto che il ministero dell’interno decise di raddoppiarmi le misure di sicurezza. Ecco perché il piano per uccidermi scoperto dall’Antimafia era potente”.
Sindaco, su Internet è partito il tam tam per una sua candidatura alla presidenza della Sicilia. E a chiedere che l’uomo del centrosinistra sia lei sono soprattutto i giovani: è da qui, dai giovani, che parte il riscatto della Sicilia?
“Certo: la Sicilia ha bisogno innanzitutto di una politica chiara, netta, che affronti gli aspetti etici al di sopra di ogni cosa. Quindi programmi, uomini che determinino questo cambiamento. L’Isola ha bisogno di nuovi progetti, di un cambiamento etico-sociale che sia radicale. E, ovviamente, un buon progetto di governo. Credo che da questo punto di vista, il fronte antimafia non debba dividersi e debba costruire un percorso unitario: i giovani siciliani l’hanno capito. L’attività delle tante associazioni che dicono no alla mafia lo dimostra”.
Ma a quella “nomination” aspirano anche altri, nomi eccellenti: da Rita Borsellino ad Anna Finocchiaro. Di cosa ha bisogno la Sicilia del dopo-Cuffaro?
“Attenzione: io non mi sono proposto per la candidatura. Ho scoperto che i primi a fare il mio nome sono stati un gruppo di ragazzi di Palermo, dopo la caduta di Cuffaro, un gruppo di un’associazione antimafia che si chiama (ride n.d.r.) “Fascio e martello”, una cosa che mi fa sorridere ma che dice quanto sia ampio e trasversale il consenso che si è creato intorno a me. Io sono una persona modesta, mi considero un partigiano della lotta alla mafia. Un soldato in trincea che sta facendo una battaglia. Che per la verità ha poca voglia di essere distratto dal terreno di lotta. Però in Sicilia sono in tanti a pensare che io possa fare il ’sindaco’ dei siciliani”.
Il rischio di dividere piuttosto che unire il fronte è tangibile: il Pd ha appena ufficializzato la candidatura della Finocchiaro.
“Io considero questa cosa della candidatura molto importante perché viene fuori dalla società siciliana. Io sono una persona semplice che prima pensa all’interesse collettivo, e poi a se stesso: per questo mi pongo come servitore di una causa. Quindi bisogna arrivare ad un’impostazione unitaria e l’unica soluzione è che si facciano le primarie”.
Lei viene accomunato a Nichi Vendola: entrambi marxisti, gay dichiarati, cattolici e vincitori in terre tradizionalmente “ostili”. Ci spiega questo fenomeno?
“Si spieghi Obama e si spiega tutto. La gente a volte pensa che per vincere si debba essere moderati. Invece no, la borghesia, anche quella di destra, vota volentieri per uomini di sinistra che siano umanamente alternativi. Alternativi non nel senso di estremisti, ma con un modello di fare politica onesto, diverso, chiaro e netto. Nel mio caso, per esempio, nessuno si aspettava che io venissi eletto. Infatti scrissero ‘il primo sindaco gay d’Italia’. Io per la verità ho qualche dubbio: credo che ce ne siano stati tanti altri”.
Magari sindaci gay che si nascondono?
“Appunto. E proprio nel mio caso viene premiato il coraggio. Un uomo che viene apprezzato perché è lontano dalle ipocrisie in tutti i sensi. E poi si scopre che è civile, moderno e perfino all’avanguardia con al fianco persone chiare e nette. Io credo che per quel che mi riguarda… (si interrompe e ringrazia qualcuno “grazie, grazie”. E spiega emozionato: “Un ragazzo, mi faceva i complimenti” n.d.r.). La gente, dicevo, vuole la chiarezza. E quando il politico dà chiarezza, lo sostiene. La gente non vuole falsità e apprezza chi riesce a svelare se stesso in pubblico”.
Lei insomma ne è sicuro: la Sicilia è pronta per un “presidente antimafia”, gay e di sinistra.
“La Sicilia è pronta per voltare pagina. Perché – mi chiedo tornando in America – Obama probabilmente vincerà le primarie? Perché i cittadini sono più intelligenti di quanto a volte pensino i politici. E io le assicuro che se intorno alla mia candidatura si realizzasse quel consenso unitario di cui parlavamo, per la prima volta in Sicilia il centrosinistra potrebbe vincere le elezioni. Per la prima volta dal dopoguerra”.
Una sfida difficile.
“Sì ma io sono abituato alle sfide difficili e ai sogni che si realizzano”.


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