La giustizia lumaca di Gela

18 03 2008

Marzia Bonacci,   11 marzo 2008, 19:10

La giustizia lumaca di Gela  Otto anni per depositare le motivazioni di una sentenza di condanna verso un gruppo di esponenti mafiosi. Una lentezza che fa scadere la loro custodia cautelare ridandogli libertà. A denunciarlo oggi, La Repubblica. Ne abbiamo parlato con Rosario Crocetta, sindaco della città siciliana e leader della lotta a cosa nostra

“Una vicenda assurda, allucinante, senza precedenti nella storia della giustizia italiana”. Il sindaco comunista di Gela, Rosario Crocetta, emblema della lotta senza quartiere a cosa nostra, non usa mezze misure per commentare con noi la notizia pubblicata oggi in prima pagina da La Repubblica. Consapevole della portata del caso, quando lo raggiungiamo telefonicamente ci risponde: “mi chiami per la denuncia di Francesco Viviano, vero? Sono anni che mi batto per tentare di portarla all’attenzione di chi di dovere”. Viviano è giornalista del quotidiano diretto da Ezio Mauro e la denuncia a cui si riferisce il primo cittadino di Gela è quella che riguarda il giudice Edi Pinatto che, secondo quanto riportato dal cronista, non ha deposto le motivazioni di condanna a carico di esponenti di spicco del clan di Piddu Madonia. Un’ inadempienza che ha restituito la libertà a Giuseppe Lombardo, Carmelo Barbieri, Maria Stella Madonia, Giovanna Santoro e altri ancora, riconosciuti colpevoli dallo stesso Pinatto nel maggio 2000 e indicati come favoreggiatori e uomini del boss Bernardo Provenzano. Dopo 7 anni-8 mesi-18 giorni, i motivi di quella sentenza non sono stati ancora presentati, facendo così scadere i termini della custodia cautelare. Lentezza burocratica, troppo lavoro, troppe carte: questa la sua giustificazione al giornalista che lo ha intervistato alla procura di Milano, dove Pinatto è stato trasferito dalla Sicilia, per altro contro-rispondendo: “non sono il solo a metterci tanto tempo”.

Un vulnus democratico e della giustizia difficile da digerire, soprattutto per chi ha fatto della battaglia alla mafia il tratto distintivo della sua azione di governo locale. Ci spiega infatti Crocetta come “queste persone che vedo chiacchierare nei bar o camminare per le strade della mia città, sono personaggi di alta pericolosità sociale”. “Le accuse per cui sono stati reputati colpevoli -presegue- sono state quelle di associazione mafiosa e riciclaggio di denaro sporco, con condanne che vanno dai 10 ai 24 anni di carcere. Erano esponenti di una cosca potentissima, capace di agire in un territorio molto vasto”. Fattore che rende il ritardo della giustizia assolutamente ingiustificabile. Del resto, secondo lui, da capire c’è poco: “non stiamo parlando della strage di piazza Fontana o dell’Italicus- dice Crocetta-. In questo caso si è avuto un processo ed è stata emessa un condanna: è tutto chiaro”. La domanda allora è semplice: “quale scusante può fornire il giudice per non aver deposto le motivazioni della sentenza dopo tanto tempo? Una sentenza per altro che ha emesso lui stesso, quindi le cui ragioni dovrebbero essergli note”. Ebbene, secondo il sindaco non c’è perché che possa alleggerire il giudice “dalla responsabilità di aver lasciato in libertà mafiosi di spicco”. Allo stesso tempo, Crocetta ci tiene a sgombrare il campo da dietrologie fuori luogo senza indulgere, però, ad ogni forma di buonismo: “non voglio pensare che Pinatto abbia agito in malafede, perché mi fa orrore il solo pensiero. Credo comunque che ci troviamo di fronte ad una sottovalutazione degli effetti che tale mancanza giudiziaria può avere”, dice.

Oggi con l’inchiesta del quotidiano fondato da Scalfari è emersa in superficie una vicenda preoccupante ma che in verità, racconta sempre il sindaco del Pdci, era nota: “Sono anni che la denuncio e che cerco disperatamente di farmi ascoltare. Ne ho parlato anche con la Commissione nazionale antimafia che mi aveva risposto che avrebbe provveduto a depositare le motivazioni della sentenza entro una settimana”. Un impegno però non rispettato. In verità, come ricostruisce anche La Repubblica e ricorda il primo cittadino comunista, Pinatto era stato, per questa sua lentezza, convocato anche dal Csm su segnalazione del presidente del Tribunale di Gela Raimondo Genco. L’organo di autogoverno della magistratura lo condannò a due anni di perdita di anzianità e lo riconvocò due anni dopo, sempre per lo stesso motivo. Questa volta gli furono imposti altri due mesi di perdita di anzianità. Tutti provvedimenti che Crocetta non stenta a definire “blandi” vista la gravità del caso.

Una gravità che non nasce solo da un diritto non applicato, da una sentenza non rispettata, “che pure sono episodi preoccupanti”, commenta il sindaco. Ma che origina dal piano simbolico, perché invia un segnale negativo a tutta quella società impegnata ad animare una battaglia, come è quella alla mafia, “vitale per il paese e per lo sviluppo del Sud”. Una battaglia che spesso la politica è ancora restia a mettere al centro della sua agenda nazionale. Di questo Crocetta ne è consapevole, come lo è anche del fatto che “gutta cavat lapidem”, dice prendendo a prestito una espressione di Ovidio e indicando “nell’azione costante e quotidiana, il solo mezzo per produrre risultati concreti”. Come la goccia che scava la roccia, appunto. Se gli si chiede un esempio di questa speranza fattasi realtà, l’esponente comunista parte proprio dall’oggi. “Io sono anni che denuncio questo caso di Pinatto, finalmente è diventato pubblico e nazionale”, ci dice, ringraziando anche il giornalista de La Repubblica per il coraggio avuto nel sollevarlo. Detto da lui, che recentemente è stato indicato come un bersaglio di cosa nostra, non ha poco valore.


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